2^ sezione - Decisione n. 5 /2020

Comunicato N. 5 del 31 dicembre 2020

Corte Federale d'Appello

La Corte Federale d’Appello composta dai Signori:

Avv. Jacopo TognonPresidente ed estensore -

Avv. Miriam Zanoli - Componente effettivo -

Avv. Rosita Gervasio - Componente supplente -

e con l’assistenza dell’Avv. Marzia Picchioni (funzionario FCI) – Segretario-

Nel reclamo avverso la pronuncia emessa il 30/10/2020 dal Tribunale Federale, 2^ Sezione, pubblicata sul sito federale nel comunicato n. 7/2020, relativamente al procedimento n. RG 12/2020, proposto da

OLIVERI FABIO, difeso dall’Avv. ti Maria Laura Guardamagna e Roberta Odarda

Reclamante

contro

LA FEDERAZIONE CICLISTICA ITALIANA, nella persona del proprio legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’ Avv. Nuri Venturelli,

Resistente

Oggetto: annullamento della Delibera presidenziale n. 70 del 9 settembre 2020 emessa dal Presidente della FCI e della Deliberazione del Consiglio Federale n. 167 del 14 settembre 2020 accertata l’invalidità delle disposizioni di cui all’articolo 5 del Regolamento Tecnico Amatoriale e all’articolo 1.1.3 Norme Attuative SAN, nella parte in cui vietano il tesseramento nella categoria Master dei soggetti sanzionati dalla giustizia sportiva e/o ordinaria per un periodo superiore a mesi sei per motivi legati al doping,

ha assunto la seguente decisione:

IN FATTO

Il 28 aprile 2018, durante la gara denominata “Langhe Roero Bra Bra”, svoltasi a Bra (CN), il sig. Fabio Oliveri (di seguito semplicemente “l’Atleta”) veniva sottoposto a controllo antidoping e risultava positivo per “fenoterolo”.

In seguito al conseguente procedimento instauratosi innanzi al Tribunale Nazionale Antidoping del CONI, Prima Sezione, veniva applicata al ciclista la sanzione di 4 anni di squalifica (per il periodo dal 19 novembre 2018 al 18 settembre 2022).

L’Atleta, tuttavia, proponeva gravame avverso tale decisione alla Seconda Sezione del medesimo Tribunale, il quale – accogliendo parzialmente l’impugnazione – riduceva la sanzione comminata a 2 anni con decorrenza dal 19 novembre 2018 al 18 settembre 2020.

Il sig. Oliveri impugnava questa pronuncia di secondo grado innanzi al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, il quale confermava la decisione del Tribunale Nazionale Antidoping, Seconda Sezione, in punto durata del periodo di inibizione retrodatando però, l’inizio del decorso della stessa al 22 maggio 2018 anziché al 19 novembre 2018.

Il TAS, inoltre, al paragrafo 73 del lodo, affermava incidentalmente che «sembra doversi ritenere che l’articolo 13 Norme di Attuazione del Regolamento Tecnico FCI sia affetto da invalidità e non possa trovare applicazione, ragion per cui, ad avviso dell’Arbitro Unico, una volta decorsa la sanzione irrogata con la Decisione Appellata e confermata con il presente lodo, l’Atleta dovrebbe poter tornare a gareggiare o a prendere parte ad eventi sportivi».

L’Atleta, nonostante la sanzione subita, veniva tesserato alla FCI, in qualità di Master 2, dalla società Bicistore Cycling Team A.S.D.

Nella richiesta di tesseramento il sig. Oliveri poneva dei segni di cancellazione su tutte le autodichiarazioni da sottoscrivere in riferimento alla normativa antidoping e allegava una sentenza del Tribunale Penale e la decisione del TAS sopra menzionata.

Il Presidente Federale con delibera n. 70 del 9 settembre 2020 disponeva l’immediata sospensione degli effetti del tesseramento per accertata carenza dei requisiti per il rilascio e trasmetteva gli atti alla Procura Federale per l’adozione dei provvedimenti di competenza relativi alla condotta del reclamante e del Presidente della Bicistore Cycling Team A.S.D. sig. Andrea Viola.

Il Consiglio Federale con deliberazione n. 167 del 14 settembre 2020 ratificava il provvedimento del Presidente.

L’Atleta presentava, quindi, innanzi al Tribunale Federale ricorso, con atto notificato alla Federazione Ciclistica Italiana (di seguito anche solo “FCI” o “Federazione”) il 29 settembre 2020, per l’annullamento della Delibera presidenziale n. 70 del 9 settembre 2020 emessa dal Presidente della FCI e della Deliberazione del Consiglio Federale n. 167 del 14 settembre 2020.

Ivi si chiedeva, inter alia, di accertare l’invalidità delle disposizioni di cui all’articolo 5 del Regolamento Tecnico Amatoriale e all’articolo 1.1.3 Norme Attuative SAN.

Il Ciclista in via preliminare chiedeva la sospensione dei provvedimenti sopra citati inaudita altera parte.

Il ricorrente, in sintesi, basava i suoi assunti sulle seguenti motivazioni.

Il requisito etico violerebbe il principio di uguaglianza costituzionale e il principio di tipizzazione delle sanzioni disciplinari stabilito dall’articolo 23.2.2 del Codice WADA; inoltre la decisione del TAS, con particolare riferimento al par. 73 del lodo, sarebbe passata in giudicato e, di conseguenza, sarebbe oggi opponibile alla FCI.

Si costituiva in giudizio la FCI, rilevando l’assoluta infondatezza ed inammissibilità dell’avversario ricorso chiedendone il rigetto.

In particolare, per quanto interessa in questa sede, sosteneva la tardività della richiesta di annullamento dell’articolo 5 del Regolamento Tecnico Amatoriale e dell’articolo 1.1.3 Norme Attuative SAN poiché trattasi di norma introdotta con delibera del Consiglio Federale del FCI n. 260 del 6 dicembre 2013 modificata con delibere del Presidente Federale n. 28 del 3 marzo 2014 e n. 37 del 17 marzo 2014 e l’infondatezza degli altri motivi esposti dal Ciclista.

Il sig. Oliveri depositava, quindi, memoria ex articolo 40 Regolamento di Giustizia FCI (di seguito anche solo “Regolamento di Giustizia”) in cui replicava alle contestazione avversarie.

Il Tribunale Federale respingeva il ricorso con decisione depositata e comunicata in data 30 ottobre 2020. 

Con atto depositato l’11 novembre 2020 il sig. Fabio Oliveri proponeva reclamo innanzi a questa Corte avverso la pronuncia del Tribunale Federale domandando la riforma della decisione di primo grado e l’adozione dei provvedimenti già richiesti con il ricorso di primo grado.

In particolare, l’odierno reclamante deduceva che:

  • la sentenza del Tribunale Federale fosse nulla per omessa motivazione in quanto non vi sarebbe traccia nell’iter motivazionale della sopravvenienza della pronuncia del TAS rispetto ai precedenti invocati (primo motivo);
  • vi fosse in tale decisione un vizio logico e di motivazione, con violazione dei principi di legge in punto di qualificazione del requisito etico essendo questo di fatto una sanzione ulteriore rispetto a quella prevista dal legislatore sportivo (secondo motivo);
  • questa pronuncia non rispettasse il lodo del TAS sopra menzionato e la giurisprudenza del Tribunale Arbitrale che avrebbe definito il requisito etico come una misura sanzionatoria (terzo motivo);
  • il Tribunale Federale non avesse rispettato il giudicato conseguente alla decisione del TAS e avesse omesso di valutare la violazione dei principi costituzionali di legalità ed eguaglianza determinato dal requisito etico (rispettivamente quarto e quinto motivo).
  • vi sarebbe stata una violazione dei principi di legge e un vizio logico in quanto l’organo di giustizia di primo grado non avrebbe sollevato un intervento interpretativo di questa Corte (sesto motivo).

Con memoria datata 3 dicembre 2020 si è costituita la FCI sottolineando:

  • la tardività del reclamo del sig. Oliveri che sarebbe stato proposto non rispettando i termini previsti dall’articolo 45 comma 3 del Regolamento di Giustizia;
  • L’inammissibilità dei motivi di ricorso attinenti alla richiesta di annullamento dell’articolo 5 del Regolamento Tecnico Amatoriale e dell’articolo 1.1.3 delle Norme Attuative SAN per la medesima ragione già riportata nella memoria di costituzione nel primo grado di giudizio;

Inoltre, la FCI sottolineava che il Tribunale Federale aveva espresso le sue valutazioni sulla portata sanzionatoria del requisito etico motivando adeguatamente e che la statuizione del TAS a riguardo veniva formulata dall’Arbitro Unico in via incidentale ed in forma dubitativa e senza che le parti proponessero un quesito in merito. Tale statuizione, dunque, non sarebbe idonea a formare giudicato.

La FCI, altresì, chiariva di non aver preso parte al giudizio innanzi al Tribunale Arbitrale in quanto estranea a tale procedimento disciplinare in materia di doping.

Inoltre, la Federazione evidenziava – contestando la natura sanzionatoria del requisito etico asserita dal reclamante – che le norme analizzate determinano la modalità di ingresso nelle strutture associative federali e che essendo un soggetto di diritto privato ha piena potestà regolamentare in ordine alle modalità di adesione e partecipazione alla vita federale.

Pertanto, le norme FCI non violerebbero il Codice WADA non introducendo alcuna sanzione ulteriore rispetto a quelle già previste.

Infine, la FCI puntualizzava non esservi stata alcuna violazione del principio di uguaglianza e che la richiesta di formulazione di un quesito alla Corte Federale di appello appariva ultronea data l’esistenza di consolidata giurisprudenza in merito.

All’udienza del 9 dicembre 2020 le parti deducevano come da verbale e la Corte riservava la decisione.

Con Comunicato n. 3 del 21 dicembre 2020, contenente il solo dispositivo, la Corte Federale d’Appello 2^ Sezione, respingeva il reclamo presentato dal sig. Fabio Oliveri compensando integralmente le spese di lite fissando il termine per il deposito dei motivi in giorni 10 ai sensi dell’art. 45 comma 8 del Regolamento di Giustizia FCI.

IN DIRITTO

Preliminarmente si deve sottolineare che il reclamo proposto dal sig. Oliveri avverso la decisione del Tribunale Federale non risulta tardivo.

L’articolo 45 del Regolamento di Giustizia fa riferimento ai termini computati su giorni lavorativi.

Quindi, anche applicando la riduzione prevista dal comma 3 di tale disposizione, in ragione della tipologia della decisione assunta, va richiamata la giurisprudenza di questa Corte (decisione n. 1 del 2019) che ha sottolineato come la giornata di sabato debba considerarsi lavorativa.

Ne consegue che l’impugnazione proposta dall’Atleta risulta tempestiva.

Difatti, la decisione di primo grado è stata comunicata il 30 ottobre 2020 mentre il reclamo è stato proposto in data 11 novembre 2020, dunque, nel termine massimo dei dieci giorni lavorativi previsti dall’articolo 45 comma 3 del Regolamento di Giustizia (l’1 e l’8 novembre erano due giorni festivi).

Entrando nel merito della vicenda – e pur tenendo presente che la predetta norma è stata introdotta nell’ordinamento federale con delibera del Consiglio Federale n. 260/2013 del 6 dicembre 2013 (e successivamente modificata dalle delibere Presidenziali n. 28/2014 del 3 marzo 2014 e n. 37/2014 del 17 marzo 2014) per cui potrebbe essere in ipotesi discutibile persino la “impugnabilità oggi di detta normativa – i motivi di reclamo dell’Oliveri non possono essere accolti.

Con riguardo al primo motivo, si evidenzia che il Collegio di Garanzia ha affermato che «gli Organi di Giustizia Sportiva sono soggetti all’obbligo di motivazione delle loro decisioni (cfr. art. 34, comma 2 CGS FIGC) al pari di qualsiasi altro Organo giurisdizionale, sebbene la propria funzione sia più propriamente giustiziale e non giurisdizionale; tale onere, in ossequio al principio di speditezza cui è improntata la giustizia sportiva […] è correttamente assolto con motivazioni succinte che diano conto delle fonti normative e giurisprudenziali, endoassociative, richiamate nella decisione» (Collegio di Garanzia decisione n. 3 del 2015).

Il Tribunale Federale facendo riferimento alla “granitica e consolidata giurisprudenza”, pur non citandola espressamente, ha senz’altro assolto a tale onere.

Alla luce del principio della “motivazione succinta” non è, infatti, necessario menzionare espressamente i precedenti in materia, che peraltro erano stati ampiamente discussi dalle parti nei loro atti di primo grado.

Inoltre, la pronuncia del TAS è stata ampiamente analizzata dal Tribunale Federale che ha risolto il dilemma della sua sopravvenienza rispetto ai precedenti concludendo che «quanto eventualmente (ed a tutto voler concedere) affermato (dall’Arbitro Unico) nella propria decisione (utile ai fini esplicatori delle proprie tesi) rimane adagiato e “confinato” all’interno della stessa decisione senza in alcun modo spiegare erga omnes i propri effetti “giudicatori” essendone privo per natura giuridica».

Altresì, l’organo di primo grado ha preso posizione anche sulla questione della natura sanzionatoria del requisito etico e sulla supposta violazione del principio di uguaglianza sottolineando rispettivamente che «è evidente che il codice etico non è finalizzato ad un intento sanzionatorio (come sostiene il ricorrente) poiché il provvedimento giustiziale (sportivo o ordinario che sia) si pone come mero presupposto di fatto» e che «l’esclusione della natura sanzionatoria consente di affermare che il requisito etico come introdotto esclusivamente per una singola categoria di tesserati – al di là del fatto che si ponga anche come un preminente principio di civiltà giuridica – appaia proporzionale all’obiettivo che si è posta la Federazione nella lotta al doping ed anche ispirato ad un criterio di ragionevolezza».

Non vi è alcuna ragione, di conseguenza, di dichiarare nulla la sentenza per omessa motivazione.

Per quanto concerne il secondo motivo, si deve peraltro sottolineare che – come già in precedenza statuito in caso del tutto sovrapponibile al nostro – i provvedimenti impugnati dal sig. Oliveri hanno natura cautelare e «come tale non destinato ad incidere definitivamente sulla posizione del tesserando, che, invece, dovrebbe essere definita col procedimento amministrativo susseguente. Il provvedimento di sospensione, invero, non assume, di norma, efficacia decisoria, atta, cioè, ad incidere definitivamente sul diritto fatto valere (Cfr. Cass. Civ. Sez. Unite, 02/05/2016, n. 8592 - Cass. Civ., Sez. VI – Ord. 17/07/2019, n. 19247 - Cass. Civ., Sez. II, Ord. 08/09/2017, n.20954)» (Collegio di Garanzia CONI, decisione n. 18 del 2020, Moreno Buso/ FCI).

Le considerazioni del ricorrente in merito alle decisioni 236/2015 e 276/2016 della Corte Costituzionale sono, quindi, prive di fondamento.

E questa è una ragione già di per sé dirimente (se non esclusiva) per rigettare il reclamo dell’Oliveri.

Ad abundantiam, va poi precisato che la stessa sentenza 276 del 2016 della Consulta non ha sancito la natura afflittiva delle misure analoghe al requisito etico visto che la Corte Costituzionale ha concluso che «in definitiva è assente, nella sospensione dalla carica […], quel connotato di "speciale" gravità, necessario perché la misura che non presenta finalità deterrente e punitiva possa essere assimilata, sul piano della sua afflittività, a una sanzione penale o a una sanzione amministrativa».

Dunque, non vi è ragione per cui non debba essere ribadito quanto già affermato da questa Corte con la decisione n. 2/2014 (confermata anche dall’Alta Corte di Giustizia Sportiva con la pronuncia n. 15/2014 e successivamente dal TAR Lazio con ordinanza 3249/2015) che ha chiarito come il requisito etico non ha introdotto alcun «effetto sanzionatorio poiché il provvedimento giustiziale (sportivo o ordinario che sia) si pone come mero presupposto di fatto».

In particolare, come già chiarito, «lo status di condannato è una qualità attuale che si presta ad assumere rilevanza per la conseguenza connessa e deve essere preso in considerazione per sé stesso prescindendo completamente dal collegamento con il fatto che lo ha generato».

Il requisito etico, di conseguenza, non determina alcuna sanzione ulteriore.

Altresì, anche il terzo e il quarto motivo presentati dal sig. Oliveri devono essere rigettati.

Nelle richieste dell’Atleta al TAS non si rinviene una domanda interpretativa della norma sul requisito etico o una domanda di annullamento di tale disposizione: d’altronde, il giudizio innanzi al Tribunale Arbitrale di Losanna concerneva solamente il gravame avverso la sanzione stabilita dal Tribunale Nazionale Antidoping.

Il requisito etico viene richiamato dal sig. Oliveri in tale giudizio solo per sostenere la non proporzionalità della sanzione stabilita dal TNA e la sua supposta illegittimità non costituisce un motivo specifico sottoposto al Tribunale Arbitrale.

Il TAS, invero, si è pronunciato sull’articolo 13 delle Norme di Attuazione del Regolamento Tecnico FCI solamente in un cosiddetto “obiter dictum”.

Il giudicato, secondo il costante insegnamento della giurisprudenza del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione (ex multis Consiglio di Stato sez. V, 18/01/2017, sentenza n.202 e Cassazione civile sez. un., 20/02/2007, sentenza n.3840), si forma in relazione ai motivi di impugnazione e non anche alle affermazioni ulteriori contenute nella pronuncia non strettamente necessarie a dirimere la lite nei limiti delle domande proposte; di conseguenza ogni argomentazione eccedente la necessità logico-giuridica della decisione è qualificabile come "obiter dictum" insuscettibile di divenire giudicato in senso sostanziale.

Quanto espresso in forma peraltro dubitativa dal TAS («sembra doversi ritenere che l’articolo 13 Norme di Attuazione del Regolamento Tecnico FCI sia affetto da invalidità») e l’argomentazione collegata non può, dunque, ritenersi idoneo a formare un qualsivoglia giudicato opponibile alla FCI e a questa Corte.

Premesso, quindi, che questa Corte non è vincolata dalla pronuncia del Tribunale Arbitrale di Losanna, si deve poi necessariamente sottolineare che all’Arbitro Unico non sono stati forniti – probabilmente – tutti gli elementi per una completa valutazione delle norme (e questo, anche per un’inspiegabile inerzia della FCI che, pur probabilmente evocata in giudizio senza titolo, si è disinteressata di un procedimento nel quale rivestiva in ogni caso la qualifica di parte).

Il CAS si è quindi soffermato per formulare il suo obiter dictum solamente sulla giurisprudenza TAS, la quale trova il suo più significativo precedente in merito nella dichiarazione di illegittimità della cosiddetta “Osaka Rules” (TAS 2011/O/2422).

Quest’ultima aveva sì fondato la decisione Cucinotta di questa Corte ma non la giurisprudenza successiva tenendo conto che il requisito etico in sé e per sé considerato non risulta impedire il diritto al tesseramento, all’attività sportiva, persino di natura agonistica.

L’incertezza del Tribunale Arbitrale sulla invalidità o meno della norma si rivela poi nell’uso di formule e tempi verbali dubitativi e condizionali come “sembra”, “non possa” o “dovrebbe” presenti nel paragrafo 73 del lodo.

L’Arbitro Unico, infatti, non è certo che la norma sia illegittima ma sostiene solamente che si dovrebbe giungere ad una simile conclusione ove questa fosse ritenuta sostanzialmente paragonabile alla Osaka Rule o ad altre disposizioni che hanno introdotto sanzioni aggiuntive rispetto alla normativa antidoping in violazione dell’articolo 23.2.2. del Codice WADA.

In sintesi, il TAS ai paragrafi da 71 a 72 del lodo sembra giungere alla soluzione che la norma della FCI prevista dall’articolo 1.1.3 delle Norme Attuative SAN sia paragonabile alle altre dichiarate illegittime in altre decisioni salvo però adottare, come visto, ampie formule dubitative non essendo oggetto della controversia portata alla sua cognizione (né potendo esserlo ovviamente) l’invalidità della disposizione analizzata.

Di conseguenza spetta agli organi di giustizia federali compiere una siffatta valutazione in ordine alla validità o meno delle norme federali che hanno stabilito il cosiddetto requisito etico.

Di più.

Questa Corte Federale d’Appello si è già pronunciata sulla differenza tra la cosiddetta Osaka Rule  e il requisito etico (decisione n. 3 del 2019) affermando che «il TAS (nel lodo TAS 2011/O/2422)  evidenziava che gli effetti della squalifica (comminata dagli organi dell’antidoping) e dell’inibizione (prevista dall’Osaka Rule) incidevano entrambi sulla capacità di partecipare alle competizioni, di conseguenza, tale disposizione veniva ritenuta illegittima in quanto una Federazione sportiva od il CIO non hanno il potere di introdurre sanzioni aventi gli stessi effetti di quelle tipizzate dal Codice WADA.

Il requisito etico, invece, non ha le stesse conseguenze dei provvedimenti adottati dagli organi di giustizia antidoping ma è assibilabile alle norme che regolano l’eleggibilità o la candidabilità per l’assunzione di cariche all’interno di enti pubblici: le quali, per giurisprudenza consolidata (per alcuni recenti esempi si veda: Corte Costituzionale, 19/11/2015, sentenza n.236; Corte Costituzionale, 16/12/2016, sentenza n.276; Cassazione civile sez. I, 08/06/2018, ordinanza n.15038), non hanno natura sanzionatoria».

Tale pronuncia è stata confermata dal Collegio di Garanzia con decisione n. 18 del 2020, la quale oltretutto evidenziava che «prevedere da parte dell’ordinamento federale casi di esclusione dal tesseramento, non ha alcuna incidenza sulle norme che disciplinano, in funzione antidoping, le condizioni a cui attenersi nell’esercizio dell’attività sportiva. Si deve, infatti, ritenere che i requisiti per il tesseramento sono solo una conseguenza che l’ordinamento interno attribuisce alla violazione della disciplina antidoping e dunque rientrano nell’autonomia del CONI, come delle singole Federazioni, quando armonizzate tra loro. In tal senso è corretto quanto ritenuto dal Giudice Federale, laddove afferma che il requisito etico è presupposto del tesseramento, estraneo alla materia giurisdizionale demandata agli organi di giustizia antidoping […].Invero, oltre a risultare espresse, in particolare nell’art. 5 RTA, le norme che regolano i rapporti con le altre Federazioni (ad esempio straniere), ovvero il regime da applicarsi in caso di società non affiliate e, dunque, non precludendo l’esercizio dell’attività sportiva in modo alternativo al tesseramento con FCI, non sembra potersi dubitare che le norme federali possono addirittura prevedere l’esclusione del tesseramento in conseguenza di sanzioni per violazione di normativa antidoping, integrando dette violazioni un grave conflitto con le finalità dell’ordinamento sportivo».

La questione che oggi è sottoposta all’attenzione della Corte dunque, in realtà è già stata risolta dall’Ordinamento Sportivo Nazionale.

Non vi è ragione, dunque, che questa Corte Federale d’Appello cambi la sua giurisprudenza, peraltro confermata già in parte qua dal preciso arresto del Collegio di Garanzia n. 18/2020.

In merito alla quinta doglianza (relativa alla supposta violazione del principi di legalità e uguaglianza) si sottolinea con riguardo alla prima che il requisito etico (come già chiarito) non ha natura sanzionatoria.

Di conseguenza, non vi devono essere precetto e sanzione: si tratta di un istituto assimilabile alle norme che regolano l’eleggibilità o la candidabilità in cui assume rilevanza semplicemente lo status di inibito per la conseguenza connessa.

Invece, con riguardo alla seconda, è interessante rilevare che la Corte Costituzionale nella pronuncia 276/2006 abbia affermato che - in merito ai diversi regimi di non eleggibilità e di non candidabilità previsti tra cariche elettive territoriali e nazionali - «non appare configurabile, sotto il profilo della disparità di trattamento, un raffronto tra la posizione dei titolari di cariche elettive nelle regioni e negli enti locali e quella dei membri del Parlamento e del Governo, essendo evidente il diverso livello istituzionale e funzionale degli organi costituzionali ora citati, con la conseguenza che certamente non può ritenersi irragionevole la scelta operata dal legislatore di dettare le norme impugnate con esclusivo riferimento ai titolari di cariche elettive non nazionali».

Un simile ragionamento è applicabile anche al requisito etico.

Infatti, la circostanza che tale requisito sia previsto solo per i cicloamatori è dovuta, come evidenziato anche dalla FCI, a tutelare l’ambiente amatoriale dalla pratica del doping che purtroppo ha più volte sconvolto tale settore essenziale per un corretto sviluppo del cosiddetto “sport di base”.

La scelta federale di cercare di salvaguardare in tale modo questa categoria da tale fenomeno illecito e non altre, come quelle dei professionisti o dei cicloturisti o dei ciclosportivi, si deve essenzialmente alle differenze che caratterizzano tali settori: l’attività cicloturistica e ciclosportiva non presentano (o è completamente assente) una elevata connotazione agonistica e, dunque, l’utilizzo del doping è meno diffuso.  Invece, i professionisti sono solitamente persone che dedicano la loro vita al ciclismo da cui traggono i proventi necessari per sostenersi; l’impossibilità di tesserarsi significherebbe in tale caso sostanzialmente togliere ad un soggetto, che ha commesso seppur un grave errore, la possibilità di svolgere il proprio lavoro causandogli un pregiudizio non consentito.

Prima dell’introduzione del requisito etico, in particolare, si era scoperto che molti sportivi (anche ex professionisti) sanzionati per violazione della normativa antidoping tornavano a competere scontata la squalifica nei cicloamatori.

A chi gareggiava correttamente diventava così precluso di poter competere e di poter praticare serenamente il ciclismo in modo agonistico (per il qual spesso si è costretti in parte a sacrificare i propri impegni personali e lavorativi).

Eliminare il requisito etico, di conseguenza, significherebbe pregiudicare irreversibilmente il corretto sviluppo di questa categoria.

Si ribadisce che le Federazioni «non hanno l’obbligo di consentire il tesseramento a chiunque lo domandi se non nei casi in cui si inibisca al soggetto il diritto alla pratica dell’attività sportiva» (decisione n. 3 del 2019 Corte Federale d’Appello FCI).

Al sig. Oliveri non risulta precluso l’esercizio dell’attività sportiva visto che gli è possibile il tesseramento nelle altre categorie sopra menzionate oltre che in altri enti sportivi differenti dalla FCI. Ciò è stato sottolineato sia dall’Alta Corte di Giustizia (decisione 15 del 2014) sia dal Collegio di Garanzia (decisione 18 del 2020).

Il requisito etico imposto dalla FCI per la categoria dei cicloamatori, dunque, non viola né il principio di legalità né quello di uguaglianza.

Infine, è opportuno chiarire che non vi era alcun obbligo del Tribunale Federale di sollevare una questione interpretativa a questa Corte ai sensi dell’articolo 33 n. 4 lett. f) del Regolamento di Giustizia. La stessa disposizione disciplina che il procedimento interpretativo «può essere instaurato a richiesta del Presidente Federale, del Consiglio Federale, del Segretario Generale e dagli Organi di Giustizia federale».

Il sesto motivo di gravame proposto dal reclamante risulta privo, dunque, di significato.

Ogni altra diversa istanza o motivo di impugnazione si intendono assorbiti e comunque rigettati perché non fondati.

In ragione della complessità della vicenda e dei pur pregevoli spunti di fatto e di diritto, parzialmente nuovi portati oggi all’attenzione della Corte, sussistono ampiamente i giusti motivi per compensare integralmente le spese di lite.

PQM

LA CORTE FEDERALE D’APPELLO

2^ SEZIONE

ogni diversa istanza ed eccezione disattesa, così provvede:

respinge il reclamo presentato dal Sig. Fabio Oliveri.

Compensa integralmente le spese di lite.

Così deciso nella camera di consiglio del 21/12/20 convocata a mezzo piattaforma Microsoft Teams ad ore 17.30.

Motivi depositati in data 31 dicembre 2020.

 

IL PRESIDENTE

Avv. Jacopo Tognon

 

Data di pubblicazione: 31/12/2020