28 Maggio Mag 2018 0952 5 months ago

A Davide Cassani il Premio Guido Rizzetto

Assegnato dalla redazione sportiva de L’Arena e dal Gs Cadidavid di Roberta Cailotto – Mercoledì la consegna

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Davide Cassani riceverà mercoledì il Premio Guido Rizzetto, voluto dalla redazione sportiva de L’Arena e dal Gs Cadidavid di Roberta Cailotto nel ricordo di un giornalista che nel corso di tutta la sua lunga vita giornalistica ha seguito con passione, competenza, puntualità il ciclismo di base. Il commissario tecnico dell’Italbici e supervisore di tutte le squadre azzurre ha ricevuto la notizia nel corso del Giro d’Italia n. 101.

Cassani, classe 1961, è stato prof dal 1982 al 1996, cogliendo oltre trenta vittorie, tra le quali due tappe al Giro d’Italia. Quali sono stati i giorni più belli?

«Ricordo quello della mia prima fuga, al Giro d’Italia 1982. Avevo 21 anni è arrivai 3° nella Palmi-Camigliatello Silano, vinta da Bernard Hinault. Ero al primo anno da prof. E non posso dimenticare la mia prima vittoria nel 1991, al Trofeo dello Scalatore a Prato».

Facendo un passo indietro, se l’è dovuta vedere con un veronese, Corsi, nella Udine-Forni di Sopra.

«Ero junior, andai in fuga, ma andai in crisi sullo strappo di S. Daniele. Vinse un mio compagno di squadra, ma all’arrivo Cottur mi disse: bravo, diventerai un corridore».

E’ stato due stagioni alla Carrera.

«Nel 1986 e 1987. Era la squadra n. 1 al mondo».

Ha corso nove mondiali da titolare ed uno da riserva e spesso col ruolo di "c.t. sul campo".

«Negli ultimi anni, ero il portavoce di Alfredo Martini, quello che più di altri andava all’"ammiraglia" per ricevere ordini, consigli e confrontarsi sulla strategia di corsa. Allora, non c’erano le radioline e si comunicava così».

Ha smesso a 35 anni.

«Avevo avuto un incidente e la Rai mi aveva chiesto di collaborare. Era stato Marino Bartoletti a chiamarmi. Ho sfruttato l’occasione e sono rimasto in Rai per 18 anni».

Chissà quanti ricordi.

«In particolare, ricordo le prime telecronache con Adriano De Zan, poi arrivò Auro Bulbarelli. Erano lunghe telecronache che comportavano tanti viaggi, soprattutto al Tour. Ho cercato di inventare un lavoro. Come mi diceva De Zan, dovevi essere preparato su tutto: magari poi dicevi solo dieci cose, ma bisognava saperne cento».

Quando è arrivata la chiamata a guidare la Nazionale, ha fatto fatica a scegliere?

«No. Mi sentivo pronto per il ruolo di commissario tecnico e per accettare l’incarico. La maglia azzurra è sempre stata una mia seconda pelle e fui molto contento quando mi chiamarono. La vita, per me, è fatta di cicli: dopo 18 anni in televisione, era il momento giusto per cambiare ed ho accettato il ruolo. Mi fosse stato proposto prima, avrei detto di no, ma cinque anni fa mi ritenevo pronto».

Anche al ruolo di c.t., dopo quello di commentatore tecnico, ha portato innovazione.

«Il ruolo di c.t. è istituzionale, sei il biglietto da visita della Federazione. Mi sono trovato in una famiglia dove ognuno sa cosa fare. Ho cercato la relazione con tutti e contribuito a formare una struttura che ci permette di seguire al meglio ogni categoria del ciclismo».

C’è chi critica il fatto di allestire formazioni azzurre in troppe corse durante la stagione.

«La maglia azzurra è quella dei Mondiali e degli Europei, ma perché non dare maggiori possibilità ai giovani a fare delle corse in azzurro? E’ vero, sfrutto la maglia azzurra, ma dò ai corridori che lo meritano la possibilità di fare esperienza. Una volta, si mandavano alla Corsa della Pace e al Tour de l’Avenir. E volete mettere il bacino di ragazzi che si crea in questo modo e il morale che dò loro?».

I buoni corridori ed i campioni nascono dal lavoro delle società di base. Come valuta la situazione attuale?

«La cosa importante è che noi, tutti quanti, lavoriamo per il futuro dei giovani e non per interessi personali. La maggior parte segue la strada giusta, ma, ripeto, dobbiamo fare il lavoro per il bene dei giovani, non per il nostro. Il nostro compito è molto, molto difficile e abbiamo bisogno di educatori, di maestri e dei genitori. Dobbiamo fare capire che tutti noi siamo cresciuti grazie al lavoro di chi ha dedicato tempo e denaro per i giovani. Non deve esserci tendenza all’egoismo ed al pensare a se stessi. Non dimentichiamo le nostre radici».

Renzo Puliero

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