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DOPING: Il Manifesto delle grandi testate sportive e la condivisione della Fci
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28/10/2012 16.17.08
DOPING: Il Manifesto delle grandi testate sportive e la condivisione della Fci

La Gazzetta dello Sport ha dedicato ieri due pagine al “Manifesto per un ciclismo credibile” sottoscritto da l’Equipe (Francia), The Times (Gran Bretagna), Le Soir ed Het Niuewsbalnd (Belgio) e adottato anche da El Pais, El Periodico (Spagna), Suddeutsche Zeitung (Germania) e Telegraaf (Olanda). Sono otto proposte sulle quali torna oggi Pier Bergonzi nell’articolo riportato di seguito insieme alla lettera di condivisione inviata dal presidente della Fci Renato Di Rocco, di cui la Gazzetta per ragioni di spazio riprende un importante stralcio e che pubblichiamo integralmente per completezza di informazione.

Vero, il ciclismo sembra più credibile
Ma nuove regole sono una necessità

Pier Bergonzi

"Non c’è sport più tormentato del ciclismo. E dopo lo Tsunami del “caso Armstrong” non si poteva stare lì ad osservare le macerie senza reagire. Noi giornalisti abbiamo pensato al “Manifesto per un ciclismo credibile”, che indica una via. Lo hanno sottoscritto con noi l’Equipe (Francia), The Times (Gran Bretagna), Le Soir ed Het Niuewsbalnd (Belgio), ma anche El Pais ed El Periodico (Spagna), La Suddeutsche Zeitung (Germania) e de Telegraaf (Olanda) lo hanno adottato. Negli otto punti di domande-suggerimento si chiede alla Wada (con una commissione indipendente) di fare luce, una volta per tutte, sull’atteggiamento dell’Uci negli anni più bui per verificare gli errori ed, eventualmente, le complicità. Si chiede a sponsor e cruppi sportivi un gentleman agreement per isolare altri 2 anni, dopo la squalifica, i corridori che incappassero nel doping pesante (oltre 6 mesi). E si chiude con la richiesta di un summit tra tutte le “parrocchie” del ciclismo per dare vita al nuovo corso:
Il Manifesto ha fatto discutere il mondo a pedali. Le reazioni che trovate nella pagina del ciclismo sono tutte a favore.
Renato Di Rocco si trova in sintonia piena anche perché la federciclo italiana ha fatto alcune scelte recenti che la rendono avanguardia della lotta al doping nel mondo.
Roberto Amadio, a nome dei gruppi sportivi, e Gianni bugno (presidente dell’associazione internazionale corridori) “sottoscrivono” il nostro appello, ma sottolineano che ogni riflessione riguarda il passato perché il gruppo ha già “svoltato” e ora ci si puà fidare.
La sensazione è anche la nostra. Le nuove generazioni sembrano aver capito che uno sport pulito va a vantaggio di chi ha talento ed è l’unica strada percorribile perché il castello (sponsor che se ne vanno, tifosi che scappano…) non crolli proprio sulle loro teste Ma non vogliamo più fidarci delle sensazioni. Troppe volte abbiamo commesso lo stesso errore! Dopo il caso Festina, dopo l’esclusione di Pantani e dopo l’Operacion Puerto ci è capitato di sentire, di scrivere e di leggere la stessa litania: “Adesso le cose sono migliorate…c’è più consapevolezza…i corridori hanno capito la lezione…” Tante belle speranze che si sono dissolte allo scandalo successivo in un’ecsalation di gravità.
Sulla Gazzetta di ieri, le due pagine dedicate al “Manifesto” erano vestite da un’infografica con una dozzina di corridori, da Rijs a Contador, che hanno vinto tutte le grandi corse tra il 1996 e il 2010, ma hanno poi avuto a che fare con storie di doping e dintorni…Molti di loro erano probabilmente i più forti della loro generazione e non hanno fatto altro che adeguarsi a quel ciclismo senza tetto né legge. Le istituzioni non sono state in grado di controllare. Al tempo stesso quei campioni sono stati vittime e carnefici di un “sistema ciclismo” malato Ecco perché è necessario ripartire con nuove regole del gioco.
Pier Bergonzi"

Condivido
È la nostra battaglia

Renato Di Rocco
(Presidente della FCI)

"Caro Direttore,
ho letto con molta attenzione il “Manifesto per un ciclismo credibile” sottoscritto dai cinque giornali sportivi più autorevoli d’Europa. Condivido in gran parte l’analisi e i propositi. Mi sarei aspettato, tuttavia, che almeno la Gazzetta evidenziasse l’operazione di recupero e di bonifica che il ciclismo italiano ha avviato con molto anticipo rispetto alle conclusioni dell’Usada e delle altre istituzioni.
Si rileva giustamente che il periodo più nero comincia con l’arrivo sul mercato dell’Epo e che l’adozione del passaporto biologico, l’affinamento degli strumenti di ricerca e l’aumento dei controlli a sorpresa anche fuori competizione hanno segnato un passo importante nel contrasto al doping dal quale occorre ripartire. “Abbiamo la sensazione – si legge sul Manifesto – che ci sia stato, recentemente, un netto miglioramento. Abbiamo fiducia nelle nuove generazioni di corridori…”
Ritengo anch’io che l’ondata di scandali sia in gran parte retaggio di quel passato che abbiamo deciso di superare concentrando la massima attenzione sulle nuove generazioni. Penso perciò che la Gazzetta possa dare un grosso contributo informando l’opinione pubblica sulle nostre iniziative, che mi permetto di ricordare in sintesi. In questo caso la tempistica degli interventi è molto importante per distinguere responsabilità e meriti.
Il primo atto del mio mandato, nel 2005, è stato di demandare al Coni e alla specifica Procura antidoping la gestione dei controlli e le relative procedure, al fine di evitare ogni sospetto di parzialità e compiacenze (terzo punto del manifesto).
È stata attuata la riforma della Struttura Sanitaria, con l’istituzione di una Commissione Tutela della Salute e del Comitato Consultivo Scientifico per la prevenzione ed il contrasto al doping.
Per la prima volta i controlli sono stati estesi alla categoria juniores, al fuoristrada e ai mastersport, utilizzando le metodiche più avanzate, in conformità con i procedimenti adottati e con le normative della WADA.
Due rappresentanti della Fci sono entrati nella “Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive” istituita dal Ministero della Salute,proprio in virtu’ delle buone pratiche realizzate (Dott.Luigi Simonetto ed avv.Gianluca Santilli).
Nel giro di pochi anni abbiamo recuperato posizioni e credibilità in sede internazionale. C’è una nutrita corrispondenza che attesta il duro confronto del sottoscritto con il presidente dell’UCI Pat MacQuaid e con Verbruggen proprio sui temi della lotta al doping e per la difesa delle “corse monumento”. Una delle condizioni della mia entrata nel Direttivo UCI (2009) fu proprio l’approvazione del “passaporto biologico”, che d’altra parte riprendeva ciò che l’Italia stava già attuando nelle categorie giovanili attraverso il monitoraggio periodico di un folto gruppo di allievi, juniores e under 23.
Nel mio secondo, attuale mandato, la Fci, sempre più convinta che fosse urgente affrontare il problema alle radici e non solo al livello di vertice, ha convocato i suoi “Stati Generali” avviando una vera e propria “svolta culturale”. Occorreva infatti correggere la mentalità e le abitudini diffuse in tutto l’ambiente che favorivano deviazioni anche pericolose per la salute degli atleti. Per la prima volta tutte le Commissioni competenti sono state coinvolte in un progetto intersettoriale frutto di un’attenta analisi dei dati e delle buone pratiche realizzate sul territorio.
Le norme nuove riguardano, in sintesi:
- Approccio ludico dei giovanissimi alla pratica ciclistica, senza precoci richieste prestative alla ricerca del “risultato a tutti i costi”;
- successivo equilibrato avviamento all’agonismo, che garantisca la crescita e la maturazione dei giovani talenti secondo i criteri di polivalenza e interazione tra le varie specialità del ciclismo, pista, abilità, fuoristrada e strada, adottati con successo dalle nazioni più avanzate;
- blocco dell’attività per quattro domeniche per togliere la dipendenza dalla sola disciplina della strada;
- moltiplicazione dei centri di avviamento e formazione di vivai basata sull’interazione tra le società giovanili e di categoria superiore;
- istituzione del coordinatore tecnico regionale giovanile.
Proprio per il suo carattere innovativo il progetto ha incontrato forti resistenze, ma sta procedendo.
Sul piano formativo abbiamo affiancato laureati in scienze motorie al Centro Studi e alle Squadre Nazionali, oltre a mettere in campo nei corsi di formazione aggiornamenti che offrano cognizioni e strumenti ai giovani atleti e tecnici da utilizzare in materia tecnica, alimentare, stili di vita.
Alcuni contestano anche gli indirizzi sulla convocazione degli atleti nelle nazionali azzurre. Invocano a sproposito il rispetto dei diritti inalienabili della persona.
L’equivoco di fondo, a mio parere, nasce dalla sentenza del Tas che ha interpretato la regola di eleggibilità del CIO come una sanzione disciplinare retroattiva.
Probabilmente la questione andava posta in altro modo, non dal punto di vista dell’inibizione, ma dei criteri di eleggibilità per potervi partecipare.
Mi spiego meglio. Premesso che stabilire questi criteri sia per la nazionale sia per la partecipazione alle Olimpiadi rientra nelle facoltà proprie delle FSN e del CIO, occorre tenere presente che la maglia nazionale e la fiamma olimpica rappresentano i valori etici, educativi e sociali sanciti dalla Carta Olimpica da trasmettere alle nuove generazioni. Gli atleti convocati in nazionale e ammessi ai Giochi Olimpici entrano a far parte di un “corpo speciale”, diventano i “testimonial” e i custodi al tempo stesso di tali principi.
Quindi occorre parlare non in termini negativi di sanzioni, ma in termini positivi di “crediti”, come quando si fanno selezioni di merito per entrare a far parte di “corpi speciali” che rappresentano le istituzioni.
Mi sembra del tutto logico e legittimo che la Federazione privilegi i comportamenti virtuosi passati e presenti, di lealtà, fair play e buona condotta, rispetto ai criteri esclusivamente tecnico-agonistici. La scelta nulla toglie al diritto di tutti gli altri atleti, anche quelli che abbiano scontato pene per doping particolarmente gravi, di praticare lo sport preferito senza dover recriminare se altri sono stati ritenuti più meritevoli di rappresentare i valori e l’immagine della maglia azzurra e dell’Olimpismo.
La Federazione non ha fatto una norma regolamentare in merito, ha espresso un indirizzo preciso sulla priorità dei requisiti richiesti che riflette la svolta culturale ed etica a tutto campo.
Si blatera a vanvera di prevaricazione del tecnico, di lesione dei diritti universali della persona. C’è chi propone perfino l’amnistia, il colpo di spugna totale. Così daremo, tra l’altro, a qualche giovane testa matta una seconda opportunità di provarci ancora, di rischiare la vita, dopo averla scampata per un pelo la prima volta.
Finchè le Società mi daranno il loro consenso, andremo avanti sulla nostra linea.
Auspico vivamente che la Gazzetta ci sostenga con la stessa forza e con la stessa visibilità impiegate nella sacrosanta denuncia della devastazione provocata dal doping.
Cordiali saluti,
Renato Di Rocco"


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