"Vedrai che uno arriverà" di Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu

Proposte culturali

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06/06/2014 - Nel nuovo libro edito da Absolutely Free i due giornalisti sportivi raccontano in dodici capitoli l'epicità, la grinta, la gioia, la delusione e il sudore di alcuni protagonisti delle due ruote come Michele Bartoli, Imerio Massignan, Mario Cipollini. Felice Gimondi, Gianni Bugno, Marco Pantani ed altri, ciascuno rappresentato sullo sfondo di un luogo divenuto simbolo di un'impresa.


Mancavano quattro giorni alla Roubaix. «Le strade su al Nord sono un disastro, se il brutto tempo continua, sarà dura. Domenica potrebbe non arrivare in fondo neanche un corridore». «Vedrai che uno arriverà». E' il 1968, un anno destinato a cambiare molte cose. Ovviamente anche il ciclismo. Quel giorno Jacques Goddet, giornalista e direttore del Tour de France, prima che la foresta di Arenberg fosse mostrata al mondo, preoccupato per il tempaccio e la pioggia di qualche giorno disse all'amico Albert Bouvet quella frase profetica: "Vedrai che uno arriverà". C'è un senso profondo e ineluttabile nelle parole di Goddet, il senso della fatica che sempre premia, c'è la fiducia nello sport, c'è il senso della volontà di arrivare al traguardo. E non è un caso che sia anche il titolo del nuovo libro edito da Absolutely Free e scritto da Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu, giornalisti sportivi e già autori di "Maledetti Sudamericani" - affresco malinconico sulle stravaganze del calcio alla fine del mondo uscito nel 2013 (ed. Ultra) -, questa volta hanno provato a raccontare (riuscendoci) alcuni dei luoghi più suggestivi dello sport a due ruote per eccellenza. Luoghi che, ovviamente, sono anfiteatro per noi spettatori e appassionati di ciclismo, ma allo stesso tempo palcoscenico per le gesta di alcuni degli eroi della fatica.
Così, in questa fusione tra spazio e movimento, saltano fuori dodici capitoli sull'apologia quasi beckettina di questo sport. Attenzione: nel libro non si parla di doping (o davvero poco), la scena è tutta per l'epicità, la grinta, la gioia, la delusione e il sudore dei protagonisti, tutti notissimi.
Si parla per esempio del Muro di Grammont, e di come Michele Bartoli viva dentro a un film che "mi ero fatto nella testa". Si racconta l'odissea infernale di Imerio Massignan, prima signore e dominatore del Gavia, poi tragico foratore di ruote - gli capiterà per ben tre volte -. Si parla di Mario Cipollini e dell'impresa italiana sul Circuito di Zolder ai Campionati del Mondo. E di Felice Gimondi, Gianni Bugno, Marco Pantani e altri. Ognuno di loro rappresentato sullo sfondo di un luogo divenuto simbolo di un'impresa.
La Giardini segue da anni il ciclismo. Per il Corriere dello Sport-Stadio ha raccontato Giri d'Italia, Tour de France e le grandi classiche. Padroneggia la materia, ne conosce le sfaccettature. Ma non aspettatevi una sequenza lineare o temporale, gli autori partono da quella frase e vanno su alla cieca, raccontano e basta, giocando con punti di vista diversi da quelli a cui siamo abituati.
I capitoli si aprono con una parte descrittiva del luogo (più o meno lunga), una sorta di memoirs con pendenze, ricorrenze, albo d'oro ecc. Il resto è narrazione. Come ha scritto Mario Sconcerti, che ha curato la prefazione: "Lo sport è mondo, energia vitale, il riassunto dell'uomo. Siamo tutti noi che diamo a pochissimi la delega per attraversare la vita con violenza perché possano costruire storie che noi potremo raccontare. Esattamente in un libro come questo".