Storia a fumetti di un eroe del ciclismo

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07/07/2011 - E’ un’occasione davvero speciale leggere Bottecchia, storia a fumetti dedicata al primo italiano vincitore del Tour de France, disegnata e sceneggiata da Giacomo Revelli e Andrea Ferraris

Bottecchia per la Tunué (pag. 79 – 12 €).

Un’occasione speciale per chi non conosce, se non vagamente, il protagonista di una vita coraggiosa, incredibile, agli inizi di un secolo in cui la storia conosce la prima guerra mondiale, la fame nera, la salita del fascismo.
Ottavio, ottavo figlio di un mugnaio, a scuola può andare solo per un paio di anni, perché la famiglia ha bisogno di braccia. A dodici anni diventa apprendista calzolaio, poi manovale e carrettiere e conosce la lontananza e il sacrificio degli emigrati con gli anni passati in Francia. Poi la guerra, dove si distingue per coraggio, forza e un’incredibile abilità con la bicicletta, sua passione di sempre, per cui viene insignito di una medaglia al valor militare.
Ma la bicicletta gli porterà ben altri onori, visto che partecipando a gare di dilettanti viene notato da Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia, che lo ingaggia e lo incoraggia a credere nella sua sorprendente potenza e resistenza. Così arrivano per lui le prime gare importanti e poi il Giro d’Italia, che corre senza squadra e che conclude al quinto posto. Fondamentale per la sua vita l’incontro, alla stazione di Bologna, con Borrella, giornalista venuto da Parigi alla ricerca di corridori da Tour de France. Borrella rimane colpito da quel ragazzo con la faccia scavata e volitiva, il naso aquilino e lo sguardo inconfondibile di chi ha patito la fame. Un ciclistica che mangiava pane e formaggio ma accanto a sé lasciava la bisaccia con i viveri del rifornimento intatta, per portare qualcosa da mangiare alla famiglia.
Viene reclutato; va in Francia dove il patron del Tour, Desgrange (“nonno assassino” e “sanguinario” per come sceglieva i percorsi), lo sceglie come gregario proprio dei fratelli Pellissier. Hénry sarà per Bottecchia una fonte di insegnamento, non solo sulle assurde strade degli allenamenti e in gara, ma anche nella visione del mondo.
L'italiano si trovava in Francia grazie a una petizione popolare in cui, al primo posto, c’era il nome di Benito Mussolini in cerca di eroi dello sport che facessero grande il paese. Ma di questo Bottecchia, che corre nella Francia democratica e repubblicana, non sembra interessarsi. Abituato alla fame, al freddo, alle estreme fatiche che portano il fisico oltre i limiti possibili, non si ferma, non cede e dalla prima all’ultima tappa indossa la maglia gialla, sfilandosela solo in un tratto dove teme di subire un agguato da un gruppo di fascisti che gli avevano fatto pervenire minacce in seguito al suo rifiuto, davanti ai giornalisti, di ringraziare il duce di essere lì. Sono tappe di 400 chilometri su strade non asfaltate, con bici senza cambio e nessuna assistenza in corsa.
Corre e vince il Tour nel ’24 e nel ’25. I francesi lo adorano; per loro è Botescià. Le ricompense economiche cambieranno completamente la sua vita. Si trasferisce con la famiglia a Pordenone. Realizza il sogno di aprire una bottega di biciclette, sogno che va ben oltre quanto lui avesse osato, perché con i soldi delle vincite aprirà una vera e propria azienda che ancora oggi produce bici con il suo nome. Umile di cuore, di quel benessere ne fa una possibilità di “sistemare” anche altre persone a lui vicine e a chi gli faceva notare tanta abbondanza rispondeva “Son diventà sior, tosati… Sior de poter magnar!”.
Continua a correre, si allena, Ottavio, con gli amici di sempre, tra le valli e le salite del Friuli degli anni ’20 che si possono rivedere nei filmati storici del tempo. Ma il destino di chi ha conosciuto tanti sacrifici spesso si ripresenta con la stessa crudezza. Così nel marzo del ’27 Bottecchia cade in allenamento e non può partecipare alla Milano-Sanremo. Ha trentatré anni e forse può bastare. Invece non molla: riprende gli allenamenti fino a quando arriva la notizia della morte improvvisa, per incidente, del fratello Giovanni. Il dolore per la perdita è il più grande degli ostacoli. Il 3 giugno decide di reagire, sale in sella. Quel giorno nessuno, cosa mai accaduta, è disposto ad uscire con lui. Va da solo. Arriva a Gemona, sale per Clauzetto, al bivio per Peonis… e là viene ritrovato a terra. Forse un malore, forse il pestaggio di un amante della moglie o un contadino che anni dopo confesserà di averlo colpito e con un bastone perché gli stava rubando l’uva (ma a giugno l’uva non è matura…). Forse la mafia delle scommesse. Ottavio muore dodici giorni dopo in ospedale, poche settimane dopo suo fratello Giovanni. Ed è proprio la concomitanza con la morte del fratello ad alimentare l’ipotesi che in realtà si sia trattato di un agguato fascista. Giovanni era in bicicletta quando venne travolto dall’auto di Franco Marinotti, testimone di nozze del Duce. Alla famiglia fu proposta una transazione di centomila lire (l’equivalente di centocinquantamila euro), ma Ottavio rifiuta. Il suo gesto è interpretato come una sfida da punire con un pestaggio che alla fine può essere andato oltre le intenzioni.
Ed è proprio dalla fine che inizia, in un avvolgente flash back, la storia a fumetti di Revelli e Ferraris. Dagli interrogativi sulla sua fine, sul perché di quella bicicletta appoggiata al ciliegio, per partire poi in un rapido ma preciso viaggio. Gli autori non tralasciano alcun particolare, della vita e delle imprese di Ottavio, dalla guerra alle scarpe indossate durante il Tour (da ballerina!). Così come sono fedeli alla più recente ricostruzione storica anche gli ultimi attimi di vita del ciclistica, con un finale che non lascia spazio a dubbi.
La scelta di raccontare attraverso un fumetto, anche se frutto di uno dei maggiori autori del momento, non deve apparire riduttiva, anzi. Il tratto e la volontà di non utilizzare altri colori se non le sfumatore di grigio donano ad una storia altri tempi il gusto e il sapore di un’epopea indimenticabile.
Quello che rimane, a distanza di generazioni è l’emozione forte che investe chiunque senta il nome e legga la storia di Botescià.