"Magni. Il terzo uomo": una lunga e avvincente avventura

Proposte culturali

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07/11/2012 - La scomparsa del grande campione, ad una settimana dalla presentazione del libro, ha inevitabilmente concentrato l’attenzione dei commentatori sulla vicenda umana di Fiorenzo Magni, lasciando sullo sfondo l’analisi di un’opera che invece ha tutti gli elementi per diventare un classico della letteratura di genere.

Avere tra le mani la biografia di Fiorenzo Magni, ci restituisce in qualche modo una memoria storica, una possibilità di leggere un intenso arco di storia del ciclismo e della vita del nostro paese.
“Magni. Il terzo uomo”, di Auro Bulbarelli, esce ufficialmente, proprio pochi giorni prima del suo ultimo saluto, in tempo perché riesca a partecipare alla cerimonia di presentazione insieme all’amico di sempre, Alfredo Martini e a Sergio Zavoli, che della biografia ha curato la presentazione. Sarà forse proprio perché Fiorenzo Magni se ne è appena andato, che scorrere le pagine della sua vita lascia, in qualche modo, l’impressione di aver trattenuto il fiato dalla prima all’ultima pagina, per non perdere nulla.
La biografia si presenta come un libro consistente, nella forma e nella sostanza. Un libro che lo stesso Magni ha voluto, scegliendo proprio Bulbarelli per affidare le sue memorie, le foto pubbliche e quelle di famiglia, gli articoli raccolti, le pagine del suo diario personale.
Il racconto si apre con la nascita, le foto dei genitori, lui piccolo. Da bambino, a nemmeno quattro anni d’età, un medico stava per amputargli un piede a causa di una cancrena che aveva lavorato fino all’osso. Di quell’evento a Magni restò una lunga cicatrice e la scoperta, anni dopo, che proprio quel piede sul pedale spingeva più dell’altro.
La prima bici, nera, da passeggio, la riceve in regalo dal padre a 12 anni. Toglie il carter, i parafanghi e va in strada, col desiderio irrefrenabile di correre accanto ai corridori veri.
Le prime gare a Prato. Nelle foto d’epoca si vedono tifosi di ogni età e le immancabili guardie in divisa, a testimonianza del clima del tempo. Ma proprio in questo inizio pieno d’entusiasmo, il padre muore in un incidente. Da allora, racconta Magni in prima persona, lascia gli studi e si impegna a portare avanti la famiglia, ma il ciclismo è presente ancora più di prima: “Anima e corpo mi gettai nel ciclismo. Non c’era più tempo di frequentare le scuole commerciali. Allenamenti di duecento chilometri abituarono il mio fisico a scontrarsi con le avversità. Niente vacanze, niente pause, niente ragazze. Era una sorta di strategia: mi concedevo talmente poco tempo libero da non potermi rendere conto se fossi felice o infelice. Stavo imparando a fronteggiare la vita.”
Sembra, tra le righe, di sentirlo raccontare e ricordare con lucidità non solo i fatti, ma il cuore che batteva in quei momenti.
Accanto ai racconti di Magni in prima persona, Bulbarelli raccoglie articoli usciti sulla stampa italiana e internazionale dell’epoca. Nelle pagine delle testate storiche come La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Ciclismo, Il Corriere dello Sport, La Stampa, Le Monde possiamo sentire quasi un’eco di quello che accadeva, dell’entusiasmo, della partecipazione.
Magni colleziona trionfi, passa ai professionisti. Comincia la guerra, alla fine delle gare i vincitori depongono corone d’alloro in onore dei caduti per la patria. Entra nella nazionale dei Mondiali del ’39 e in una foto di allora vediamo la squadra di fronte all’ennesimo gerarca predisposto per la catechesi.
Nel ’40 Magni deve partire per l’esercito, passando poi a combattere per la repubblica di Salò. Nel ’44 partecipa all’assedio di Valibona, dove si era rifugiato un gruppo di partigiani. Al termine della guerra gli costò un processo in cui rischiò trenta anni di carcere con l’accusa, dimostratasi poi infondata, di aver sparato anch’egli ai partigiani. Determinante la testimonianza del suo amico Alfredo Martini, di opposta fede politica. Martini racconta che ai giudici non interessava l’aspetto politico, ma quello umano ed egli testimoniò che Fiorenzo era una persona che non avrebbe mai fatto male a nessuno. Questo bastò a salvarlo dal carcere, ma non da anni di difficoltà e sofferenza a causa delle offese che continuava a ricevere da alcuni ciclisti, da persone del pubblico e da una parte della stampa.
Ma siamo di fronte a un ciclista capace di impressionare per volontà, coraggio, senso della sfida, forza e resistenza fisica. Corre coi grandi: Coppi, Bartali, Martini, Binda, Bobet, Kübler, Koblet. Il ciclismo conosce in quegli anni una popolarità capace di infiammare più che mai migliaia di tifosi. Magni cerca sfide che lo portino ancora più in là dei successi ottenuti. Si sfida nel giro delle Fiandre e trova pane per i suoi denti: “Capii che un giorno o l’altro la lezione del pavé l’avrei imparata a memoria. Vidi i muri di cui tanto si parlava, e ai miei occhi apparivano come dei trampolini ideali. Corti, nervosi, selettivi. E poi le condizioni del tempo. Spesso difficili, come piacevano a me.” Questo era Fiorenzo, un leone. Ed è proprio così che verrà nominato, “il leone delle Fiandre”, unico uomo a tutt’oggi ad aver vinto per tre volte di seguito una gara che spinge il corridore al limite delle proprie possibilità.
Un leone dal sorriso sgargiante. In ogni foto raccolta nel libro, in quelle al termine delle gare come in quelle che lo ritraggono nei momenti privati, il suo è un sorriso sempre aperto, raggiante. Un uomo capace in gara di manifestare autorità e supremazia, ma che poi, nel privato, gioiva dell’amore lungo una intera vita di sua moglie Liliana, amore da lui definito determinante per affrontare tutti i momenti più duri.
La vita di Magni sembra destinata, dicevamo, a restituirci anche una memoria storica, non solo per i fatti legati alla sua appartenenza politica. Nell’inverno tra il ’51 e il ’52 decide di concedersi una vacanza dopo un’annata da lui definita “faticosa e bellissima”. Parte con la moglie e con Bartali, Kubler e altri. Il presidente Peron, sapendo di loro, gli fa visita e partecipa poi come starter a un circuito organizzato per ricambiare l’affetto del pubblico argentino nei loro confronti. Peron li inviterà inoltre nella sua casa, per poter conoscere Evita, ormai ai suoi ultimi giorni di vita, che li accoglierà con grande gentilezza e simpatia.
Magni sarà anche il primo ciclista a portare uno sponsor “extra-ciclistico” all’interno di una squadra. Si tratta, infatti, del suo legame con gli Zimmermann, proprietari dei laboratori Cosmochimici di Milano, che porterà alla nascita della squadra “Nivea”, con la quale continuerà a trionfare per diverse stagioni, in imprese memorabili. Come quella immortalata da una celebre copertina de Lo Sport Illustrato, in cui Magni attraversa la bufera del Bondone, a causa della quale alcuni ciclisti subirono gravi casi di congelamento degli arti, e il cui titolo recita “Non l’ha piegato la furia degli elementi”. Era una tappa del Giro d’Italia del ’56, corsa in parte con due fratture, omero e clavicola, stringendo tra i denti, in una tappa, un pezzo di tubolare della camera d’aria legato al manubrio, come riporta una foto epica.
Forte e instancabile, anche negli anni che lo vedono fuori dalle gare. Commissario tecnico degli azzurri, fondatore del Museo del Ghisallo, imprenditore, riferimento costante per la sua famiglia. Tutto annotava in un suo diario, fin da quando era giovane, per non perdere mai il filo della sua vita.
Instancabile e determinato anche in questo, per restituirci alla fine un ritratto autentico e indimenticabile.
All’opera va il merito di aver raccolto un patrimonio fotografico e di illustrazioni che, già da sé, racconta una parte fondamentale della storia. Soprattutto Bulbarelli riesce a trasmettere una storia complessa e corale. Dove i racconti del protagonista si intrecciano con le cronache dell’epoca, i ricordi degli amici e i contributi numerosi che il libro raccoglie (dal già citato Zavoli per la prefazione, a quelli di Alfredo Martini, Nando Martellini, Bruno Pizzul, Gianni Mura, Felice Gimondi, Francesco Moser, Eddy Merck, solo per citarne alcuni). Non poteva mancare poi la sua famiglia raccontata attraverso le foto legate a momenti di intimità (le vacanze, il gioco coi figli, gli abbracci di sua moglie), nei racconti dei momenti passati, le lettere, infine, dei suoi nipoti. C’è tutto, ci sono tutti, come se Magni, con il contributo puntuale e appassionato dell’autore, avesse voluto raccogliere ciascuno intorno a questa lunga avvincente avventura. Per un ultimo e indimenticabile saluto.