Livio Trapè: oro e argento a Roma '60

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Nato a Montefiascone il 26 maggio 1937, diviene Campione Olimpico della 100 km a cronometro a squadre alle Olimpiadi di Roma del 1960, a distanza di qualche giorno sfiora il secondo oro battuto nella prova in linea dal solo Viktor Kapitonov.

Livio Trapè esordisce nel ciclismo a 19 anni sotto l'ala protrettrice del suo fratello maggiore Ardelio con i colori della società Sportiva Lazio; con lui dividerà vittorie e piazzamenti nelle categorie minori, in un'epoca in cui nel Lazio correvano atleti di notevole livello; nel contempo il forte Livio poteva contare sul continuo e proficuo rapporto con il tecnico romano Giovanni Proietti. Fu proprio Proietti a consigliarlo di rinviare il passaggio al professionismo a dopo l'Olimpiade di Roma; una scelta vincente che consegnò alla storia pagine olimpiche menorabili.

Era la mattina del 26 Agosto quando Trapè, in compagnia di Antonio Bailetti, Ottavio Cogliati e Giacomo Forconi, nella prova della 100 km a squadre, inaugurò sul circuito di Castel Fusano la sequela di successi azzurri nell'Olimpiade di Roma 1960.

Livio era l'ultimo arrivato in una squadra lombarda affiatatissima:

"[...] loro pensavano che fossi un'intruso, mentre io ero il perno della nazionale italiana [...]".

I tecnici italiani convinti della sua forza lo inserirono in quel quartetto anche a rischio di minarne gli equilibri; la scelta risultò vincente, tanto che la vittoria fu strepitosa; lungo il percorso raggiunsero diversi quartetti partiti prima di loro e conclusero la prova in compagnia di due squadre avversarie con il tempo di 2h 14' 33" 53"'. Sul podio i nostri azzurri salirono con alla destra la Germania e alla sinistra l'Unione Sovietica.

Tre giorni dopo, un gruppo di 136 atleti prese il via sul circuito di Grottarossa; i faroriti erano i tedeschi già vincitori dei Campionati del Mondo su strada negli ultimi tre anni, ma fu un capitano dell'Armata Rossa (Viktor Kapitonov) a scattare sulla salita che dava il nome a quel circuito; 40 chilometri lo dividevano dal traguardo finale, quando il solo a reagire fu Livio Trapè; con un'azione breve ed efficace il nostro campione si riportò sul fuggitivo per passare evergicamente al comando e dare un impulso decisivo a quell'azione. La cronaca ci racconta della generosa azione di Trapè interrotta da un banale equivoco che indusse inutilmente il sovietico a sprintare sotto il traguardo del penultimo giro. Nella volata finale l'azzurro parte troppo da lontano confidando nelle sue doti di fondo, fu un grave errore perchè la tattica più accorta di Kapitonov gli consentì di sfruttare fino in fondo la scia per saltarlo agevolmente negli ultimi metri. Terzo concluse il belga Willy Van Den Berghen.

Passato professionista come capitano della Ghigi nel 1961, presto conseguì la prima vittoria che venne nel Giro di Campania il 30 marzo di quell'anno. Il Giro d'Italia che seguì avrebbe dovuto consolidare le sue indubbie doti fisiche, ma, un malaugurato incidente interruppe la sua carriera; nella 20^ tappa si schiantò contro un muro e si fratturò il femore destro:

"[...] per me disgraziatamente è finita la carriera in quella curva di Merano [...]".

Da allora fisioterapie e interventi chirurgici non furono in grado di restituirci quel Campione consacrato dall'oro Olimpico, che decise di chiudere con il ciclismo nel 1967.