"Le bici di Coppi e il tesoro ritrovato"

Proposte culturali

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22/04/2014 - Il libro, frutto dell'appassionata ricerca di Paolo Amadori e Paolo Tullini, ha come protagoniste le biciclette, da strada e pista, usate da Coppi nel corso della sua carriera e riscoperte anche grazie al ritrovamento dei registri di produzione del Reparto Corse Bianchi.

“Quando Coppi venne al reparto corse per parlare con Tragella del Campionato del Mondo, che si sarebbe svolto a Lugano (e che poi avrebbe vinto, ndr) io cominciai a pensare alla possibilità di costruire qualcosa di speciale..” a raccontare è Pinella Pinza d’Oro De Grandi, l’angelo custode, discreto e compente, del grande ciclista; il meccanico alle cui cure erano affidate le biciclette del corridore che ha fatto la storia di questo sport. “… Coppi prese il via con i seguenti rapporti: 50/47 per 14-15-17-19-21… Nel giro in cui attaccò decisamente Derycke, sulla salita della Crespera, azionò il 50x19; un rapporto che avrebbe spezzato le gambe ad un rinoceronte…”. Questo ricordo, come tanti altri e ad un’incredibile serie di documenti e foto, compongono il libro “Le bici di Coppi” di Paolo Amadori e Paolo Tullini (Edicicloeditore, pagg. 192, € 29,00), presentato nei giorni scorsi e che si propone di diventare una pietra miliare nella storia del collezionismo di biciclette. Il sottotitolo, del resto, aiuta a capire di cosa si tratta: “Il tesoro ritrovato di Pinella De Grandi e la vera storia delle biciclette del Campionissimo”.
Per apprezzare questo volume, merita di essere ricordato quale rapporto legava l’Airone alle sue biciclette da corsa. Lo fa Carlo Delfino che nella prefazione ricorda quando Coppi fu costretto a cambiare la sua bici con quella di un suo gregario, il 25 maggio del 1940, nell’ottava tappa del Giro, la Fiuggi-Terni. Non andò… non andrà. Arriverà al traguardo staccatissimo e con le gambe dure: mai più! Coppi capì che in futuro avrebbe dovuto contare sempre e solo su bici preparate esclusivamente per lui. Nacque, o meglio si concretizzò, allora, un rapporto biunivoco tra il Campionissimo e le sue biciclette: Legnano, Bianchi (un binomio che ha sfidato la leggenda), Carpano-Coppi. Biunivoco perché se è vero che Coppi nasce con la bicicletta (sportivamente parlando) è anche vero che, come ebbe a ricordare Gianni Brera, “la struttura morfologica di Coppi sembra un’invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta”.
Questo libro, frutto di un’appassionata ricerca, fonda buona parte del suo materiale su un sorprendente ritrovamento: i registri di produzione del Reparto Corse Bianchi, appartenuti a Pinella De Grandi, in cui sono riportati i numeri di telaio delle bici prodotte con il relativo corridore a cui sono state affidate. Questo ha permesso di ritrovare un grande numero di bici (alcune delle quali già note) utilizzate da Coppi durante la sua straordinaria carriera, ricostruirne la storia e descriverne i particolari.
In base al principio dello stretto rapporto tra Coppi e le sue bici, però, il volume rappresenta anche un apprezzabile contributo alla ricostruzione_rivisitazione della figura sportiva ed umana del Campione di Castellania, con contribuiti originali e spesso poco noti, fatto anche attraverso le testimonianze dei giornalisti che ne raccontarono le imprese, i ricordi dei proprietari delle bici descritte, un ingente numero di foto e documenti.
Un lavoro che svela anche una dimensione “moderna” del ciclismo di quegli anni, in cui la programmazione e la ricerca si sovrappongono alle immagini in bianco e nero, restituendo alla storia una componente tecnologica che ha rappresentato per anni l’orgoglio dell’industria italiana. Riscoprirla adesso, in questa contingenza, insieme ai successi di Fausto Coppi, ha un valore che travalica la semplice memorialistica sportiva.


Antonio Ungaro