Da Milano a Roma a due banane all'ora

Proposte culturali

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20/06/2012 - “La mia bici va a potassio”, il racconto di Albano Marcarini del suo viaggio in bicicletta tra strade poco battute e merende al potassio, organizzato dal Touring Club Italiano in rievocazione della prima Passeggiata Ciclistica del 1895.

Quando José Saramago scrisse “Viaggio in Portogallo”, ciò che lo animava era la convinzione che viaggiare è una delle molte facce della felicità.
E questo deve essere lo stesso sentimento che avrà nutrito Albano Marcarini, autore del libro “La mia bici va a potassio. Milano-Roma a due banane all’ora”, durante tutto il percorso di quasi 800 km da Milano a Roma, in sella alla sua bicicletta per cinque giorni a una media di 23,85 km/h. Avventura nata sotto la guida del Touring Club Italiano che ha scelto la rievocazione della Prima Passeggiata Ciclistica, organizzata nel 1895 sulla stessa distanza, per festeggiare così, nel 2011, il 150° Anniversario dell’unità d’Italia.
La felicità di aprire le sue tante “tavolette”, le cartine dell’Istituto Geografico Militare.
La felicità di percorrere strade che nessuno usa più, o quasi.
La felicità di perdersi, di ammirare le case cantoniere, di attraversare ponti, di recuperare notizie storiche, a volte così straordinarie da sembrare leggenda, sui luoghi attraversati. E poi la voglia di condividere le soundtracks caricate nell’ipod come colonna sonora del pedalare, i link per esplorare e approfondire notizie, la bibliografia non a conclusione, ma all’interno del racconto stesso. Un viaggio di 32 ore che sembra il viaggio di una vita intera, il raccolto di tanto seminare e curare e curiosare che fluisce nel desiderio di raccontare e condividere con entusiasmo da ragazzo e perizia da uomo navigato.
Persino la nebbia della Pianura padana trova spazio nel racconto e si fa carica di nostalgia: “Io la nebbia la mangerei a bocconi come si fa con lo zucchero filato. Da piccolo camminavo nella nebbia a bocca aperta. Ho anche pedalato nella nebbia provando quella strana sensazione di andare incontro al nulla, con la difficoltà di tenere la strada e, a volte, l’equilibrio. Ma non esiste più la vera nebbia, quella che si tagliava con un coltello, piena di assassini vagabondi. Le luci e l’inquinamento hanno portato via anche quella.”
E la Pianura padana stessa, definita dall’autore il più grande velodromo italiano, raccoglie storie, persone e paesaggi che ad incontrarli ci si riempie il cuore. Come quando l’autore scrive di coloro che definisce gli osservatori: “Spesso gli anziani si accompagnano con una bicicletta perché le postazioni sono fuori dal paese. Ci arrivano con pedalate lente e regolari. Sono spalti nella campagna, bordure di fossi, crocicchi di strade campestri, per molti è l’argine maestro. Si arrestano come davanti a un semaforo invisibile e stanno lì, soli, col cappello sulla testa a fissare l’orizzonte. [...] Li penso come grandi costruttori di sogni perché è dallo stesso o dal poco delle cose viste che sgorga il tanto delle cose immaginate. Vorrei fermarmi, salutarne uno e abbozzare due parole ma sarebbe come spezzare un incantesimo. Come sui tram, non si disturba il manovratore.”

Il viaggio di Marcarini e il suo racconto esprimono comunque, più di ogni altra cosa, l’amore per il paesaggio e per la strada stessa, luogo geografico, storico ed emotivo. Nel libro non mancano parole di denuncia: “Debbo dirlo a tutti i signori sindaci padani. Non bastano un buon piatto di pasta, il culatello, il grana e il lambrusco. La buona cucina si può replicare dappertutto, un bel paesaggio no.” E più avanti: “[...] una ‘direttrice territoriale di sviluppo’ – e pochi lo capiscono – non si fa solo con autostrade, alte velocità e capannoni. Si fa con la lungimiranza di recuperare la memoria storica, anche quella umilmente stradale, trasformandola in incentivo turistico, paesaggistico, culturale, gastronomico, artistico.”
Ed è ancora quella felicità di cui parlavamo all’inizio che traspare in tanti aneddoti, nella presenza degli amici che hanno accompagnato l’autore nel viaggio e che si rivela nell’ironia e nel gioco che spesso porta chi legge a un sorriso o una risata. Scoprirete tanto, dunque, in questo libro di pedalate, come, per esempio, che Paperon de’ Paperoni è esistito davvero ed è vissuto a Sarteana.
Concludiamo con le parole di Saramago, pensando che le sue raccomandazioni in “Viaggio in Portogallo”, valgono decisamente anche per chi legge questo libro: “Si rassegni a non disporre di questo libro come di una normale guida, o di una mappa da tenere sottomano, o di un catalogo generale. Presti minimo ascolto alle facilità degli itinerari comodi e frequentati e accetti di sbagliare strada e di tornare indietro, o, al contrario, perseveri fino a inventare inusuali vie d’uscita verso il mondo. Non potrà fare miglior viaggio.”