Appuntamento a Belleville: la poetica ostinazione del ciclista

Proposte culturali

Appuntamento A Belleville

19/12/2012 - Appuntamento a Belleville, film d'animazione di Sylvain Chomet, ci ricorda ancora, a distanza di dieci anni dall’uscita, un messaggio fondamentale per il ciclismo e per quanti lo seguono.

Sono trascorsi ormai dieci anni dall’uscita di “Appuntamento a Belleville”, lungometraggio di animazione di Sylvain Chomet.
La storia di Champion, bambino che sogna di correre, un giorno, al Tour de France ci ricorda quello che del ciclismo resta a volte taciuto. Nel film, il legame indissolubile tra Champion e la sua bicicletta rivela l'essenziale, quello spirito che fa correre il ciclismo oltre gli inganni di chi non è leale e di quelle cronache che ne raccontano solo i tradimenti.
Proprio davanti a un triciclo, il sorriso di Champion, l’unico. Il triciclo diventa il suo unico motivo di interesse, non se ne stacca mai e grazie al tempo passato a pedalare colma la tristezza di una vita già difficile. Fino a diventare ragazzo e a vivere ancora con la stessa incrollabile passione di pedalare. Sono gli anni ’50, gli anni del jazz e del teatro di rivista, di una borghesia obesa che ama divertirsi, di periferie sgangherate che allevano, tra l’ironia, la fame e la fatica, i sogni di chi vuole farcela. Alla televisione, il Presidente della Repubblica annuncia il Tour de France. Il ciclismo accende la passione popolare, gli spettatori assistono alle tappe eccitati, rumorosi e ingordi, mentre, ironia amara, i corridori passano stremati dalla fatica e, spesso, dalla fame.

Intanto le Triplettes de Belleville cantano e fanno divertire nei varietà una ipertrofica società bene.
Champion, dopo anni di duri allenamenti sostenuti dalla nonna, realizza il suo sogno: arriva al Tour, corre con eleganza, la sua immagine è disegnata a ricordare Fausto Coppi, col volto serio e triste. Ma la stanchezza lo tradisce, si ferma e cade in un inganno della malavita: viene rapito insieme ad altri due ciclisti esausti e portato oltre l’oceano. Il tema delle scommesse, dei lati oscuri legati al mondo dello sport, è tratteggiato spigoloso e duro.
La storia prosegue con Bruno, il suo cane, che ne segue tracce. Insieme alla nonna, Madame Souza, lasciano un franco per l’affitto di un pedalò e in un viaggio onirico, avventuroso e romantico, attraversano il grande mare.


Madame Souza, che un tempo rimetteva in sesto le ruote della bici di Champion accordandole al diapason, mentre è sulle tracce del nipote si fa compagnia creando musica dalla miseria che ha intorno. La poesia, il sacrificio, la capacità di non arrendersi di Champion diventano gli stessi abiti indossati da chi lo ama e lo vuole salvare.
Alla fine col detonatore, che serviva fino ad allora per catturare le rane da mangiare a cena, Bruno e Madame Souza (con l'aiuto delle Triplettes, anche loro emigrate nel Nuovo Mondo) sgominano la banda e saltando sull’assurdo marchingegno per le scommesse che teneva prigionieri i ciclisti fuggono via, nel mare, con Champion che pedala via e porta tutti con sé, in un’immagine carica di fuga e libertà, di fatica e solitaria malinconia.
Il suo volto rimane sempre lo stesso: quando si allena con al seguito la nonna sul buffo triciclo di quando era piccolo, sulle montagne durante il Tour, come ostaggio e come uomo finalmente libero. Il suo è sempre il volto concentrato e impenetrabile, senza accenno di un sorriso, di chi sa che non può fermarsi mai. Nel ritmo della sua pedalata, lunga tutto il film, sembra di riconoscere l’ostinazione di ogni ciclista, nella sua unica pausa (quando viene rapito) si percepisce il dubbio della sconfitta, della fine del giro, che attanaglia anche i campioni. Mentre intorno il mondo sembra proseguire distratto e vociante, lontano dal silenzio potente e magico di una pedalata.