1 Gennaio Gen 2016 2237 one year ago

Fausto sempre con noi

A cinquantasei anni dalla scomparsa il ricordo del Campionissimo è sempre vivo

Sono passati cinquantasei anni da quel 2 gennaio 1960, quando la notizia della morte di Fausto Coppi scosse e lasciò attonito il mondo dello sport, e non solo.

Fausto si spense alle ore 8,45 all'ospedale di Tortona stroncato da una malaria perniciosa non diagnosticata dai medici. Il ricordo del “Campionissimo” ha assunto con il passare del tempo l’alone del mito. Le sue imprese hanno segnato l'immaginario collettivo di milioni di italiani. Cinque Giri d’Italia, due Tour de France, tre Milano-Sanremo, cinque Giri di Lombardia, la Parigi-Roubaix, il mondiale di Lugano, i campionati nazionali e tante altre corse su strada. Ma anche il record dell’ora, i titoli mondiali e italiani dell’inseguimento su pista…

La letteratura sulla sua vicenda sportiva e umana è immensa e non accenna ad esaurirsi. Le testimonianze sono moltissime. Ne estrapoliamo alcune di chi lo conobbe da molto vicino e gli fu amico.

Il giornalista Mario Fossati fu tra i primi a intuire il talento del giovane Coppi e a seguirne le gesta fin dall'esordio: “Fausto è stato un uomo speciale. Ha dovuto lottare con la povertà. È maturato alla scuola di un massaggiatore cieco e competente come Biagio Cavanna, un uomo che lo ha fatto crescere spartanamente, come un atleta adulto. Per me Fausto era un amico. Io e Rino Negri sapevamo come Coppi cresceva. Poi c'è stato quel Giro del 1940, con il passaggio di consegne tra lui e Bartali. Però, va detto, Bartali non ha mai smesso di lottare. E per Coppi è diventato un incubo. Un incubo che molte volte lo ha mandato in corto circuito. Un incubo a cui, col tempo, si è però affezionato. Alla fine, benché la rivalità facesse comodo a tutti, i due erano diventati amici».

Il suo gregario Ettore Milano: «Quando fa il vuoto in salita Fausto diventa irraggiungibile. Non scatta, ma accelera con una regolarità impressionante. Va via come se corresse una cronometro. In quel modo Fausto ha vinto anche la Sanremo del 1946. Partì in fuga già da Binasco, ma sul Turchino disseminò la concorrenza trasformando la bicicletta in una specie di proiettile. Arrivò a Sanremo con più di 14 minuti di vantaggio. Grande classe, certo, grandi polmoni, ma anche chilometri e chilometri di allenamento. Non lasciava nulla al caso. Temeva solo l'imprevisto, la caduta, qualche incidente. Ne ha avuti tanti, come se il destino ci pigliasse gusto a colpirlo. Perché lui nella ossa era fragile…».

Alfredo Martini, per 23 anni cittì della nazionale e suo gregario, lo ha descritto così: «Un uomo abbastanza riservato e di grande educazione. Ma quando voleva era anche molto spiritoso, soprattutto con chi aveva confidenza. In quei casi diventava anche simpatico. Come capitano, è stato grandissimo. Tutti i gregari gli volevano bene come a un fratello maggiore. Quello che guadagnava lo divideva. Questo era Coppi…».

Ma al di là del campione assoluto, Fausto Coppi è indimenticabile per ciò che ha rappresentato nel sentimento popolare in un periodo cruciale della nostra storia. Nel secondo dopoguerra, con Bartali e il terzo uomo, Fiorenzo Magni, fu il simbolo del riscatto e della rinascita di un’Italia ferita e umiliata. Lo sport, il ciclismo in particolare, furono il volàno della ripresa e della speranza in un futuro migliore.

Per questo Fausto è sempre con noi e lo sarà sempre.

Qui riproponiamo il servizio dedicato dalla Rai a Fausto Coppi nella rubrica “I Miti del Ciclismo”.